16 marzo 2013

La casa Saturn&Uranus





Quando i due architetti J. Saturn e H. Uranus hanno consegnato la casa e se ne sono andati, ho deciso  che dovevo fare qualcosa per sistemarla. Intanto i cuscini viola sul divano antracite, rigido e basso, hanno migliorato il soggiorno, ma non è invitante rimanere tra pareti di cemento grezze a leggere un intero pomeriggio.
Il problema serio erano gli spigoli, disseminati ovunque, e con una particolare affilatura. Mi ferivo anche se stavo attenta, giravo con i cerotti in tasca. Finchè mi sono stancata di soffrire, e  ho incerottato gli spigoli con gomma piuma, e rivestito il bordo dei gradini con adesivi morbidi e colorati.
Il lato sud della casa è quello che preferisco, una grande vetrata dà sulla piscina lunga e blu, incastonata in passerelle di  legno. Attorno prato inglese, un velluto verde senza un filo secco, una foglia o una piuma.
Sento spesso  il ronzio lontano di un tosaerba,  ma non ho mai visto nessuno. Nello spogliatoio della piscina, ho trovato un frigo medio,  diviso in due colonne ben ordinate, da un lato buste di aringa affumicata e cartoni di latte,  dall'altro crostata di mirtilli rossi in pacchetti e birra danese. Gusti che fanno a pugni, mi domando se sia roba del giardiniere che non si fa vedere. 
Una mattina mi sveglio, e vedo una colonna di fumo denso e grigio venire dal retro.  Esco, in fondo al giardino c'è un capanno di mattoni rossi, con uno spiazzo. In un bidone arrugginito bruciano  ramaglie. Un tizio alto e magro guarda la fiamma, grembiule impermeabile lungo, una carriola a fianco piena di foglie secche.
Lo vedo per la prima volta, sta immobile, la schiena così diritta da sembrare un arco tirato al massimo , le braccia appoggiate  ai fianchi, il collo esile che sbuca da una camicia chiara, capelli a spazzola molto corti. Quando il fumo si è fermato, ha rovesciato il bidone e con una scopa ha raccolto accuratamente la cenere in un mucchio ordinato. Ha svuotato il contenuto della carriola nel bidone, e ha dato fuoco con un fiammifero. Fa la guardia e in silenzio brucia.

La casa solare



 La porta d'ingresso ha venature che disegnano una fiamma. Una figura alta, spalle forti da nuotatrice,  capelli morbidi e dorati, gli fa strada. E' sorpreso che il cliente sia una donna. Sulle pareti una luce arancio senza alcuna lampada, parquet chiaro, un salone  con una stufa dove brilla un fuoco. Una grande vetrata, una terrazza, oltre un parco. 
Si accomodano su due sdraio di legno con cuscini dorati.
"Ha portato il materiale ?" chiede la donna con una voce molto bassa.

"Sì." risponde l'uomo, sorpreso dal timbro  maschile. 

"Può preparare fuori in terrazza, grazie." 

L'uomo fa scorrere la vetrata, esce all'esterno, e depone a terra una scatola. Fa scattare l'innesco e rientra svelto all'interno. Dopo alcuni minuti dal contenitore si sprigiona un'esplosione di fuochi artificiali bassi, dalle tonalità cupe dell'azzurro. Quindici secondi,  si spegne.

"Mi piace. Può  aumentare  la  durata e l'altezza ?"

"Sì,  ma c'è bisogno di più spazio, o brucia tutto."

"Non è un problema, ci risentiamo tra qualche giorno." 

L'uomo annuisce e si avvia all'uscita. Una calda luce aurorale scende dalle pareti. 
Tutto gli  appare necessario. 


Del lontano




Nebbia ai confini di B. Guardiamo dai finestrini, avvolti nelle coperte perchè nello scompartimento fa freddo. C'è odore di mela e minestra acida. I sedili duri di legno, in mezzo  un tavolo ribaltabile stretto, su cui abbiamo messo un piatto con quattro pere e due pezzi di formaggio. Nel thermos il  tè che abbiamo comprato da un venditore ambulante alla stazione.
Il treno attraversa boschi di betulla innevati, il cielo è bianco. Ancora un giorno,  e dopo ci saranno le slitte con i cavalli per portarci a K. Siamo assorti a guardare fuori. Dovremo trascorrere due anni sulla linea di confine.  Non siamo spaventati, ma parliamo poco, il silenzio ci risparmia.
Siamo partiti in dieci perchè è il numero che ci permette di uscire dalla zona morta. Mangiamo soltanto cose in numero pari, che siano pere o formaggio o pane, e questo perchè per compiere il viaggio, il treno non basta. Lungo il percorso ci sono fili invisibili che devono essere recisi per proseguire. I numeri pari sono i nostri coltelli, fendono l'intrico dei fili e dei i veli che ingombrano la via. Senza qualcosa che spezzi, è un' illusione pensare di  raggiungere un posto lontano.
Al nostro terzo giorno siamo inquieti. I nostri occhi stanno cambiando, alcuni hanno dei bruciori, altri una sensazione di corpi estranei. La mente fatica a spostarsi, e a volte finisce per rinunciare, anche se il corpo continua il viaggio. Molti pensano che basti salire su un treno per viaggiare, pochi sanno che è l'inerzia a permetterci di andare. Bisogna assecondarla. Solo così si può veramente partire, senza pensare a ciò che abbiamo lasciato,  la nostalgia che rende incerti e paurosi i nostri passi nel lontano.