4 aprile 2013

La casa nuova



Lava il pavimento, odore di parquet laccato fresco, lampadine nude scendono dal soffitto. Il letto è pronto, i vestiti sistemati nell'armadio, qualche provvista nel frigo. Domani dormirà nella nuova casa.
“Tra un minuto avrò un infarto” pensa la donna. Il cuore se lo sente in mezzo a due ganasce, quelle che riducono un' auto a un pacchetto di sigarette. E' stanca, contenta di ricominciare dopo i mesi passati dai genitori, al riparo nella sua stanzetta di quando era ragazza, gli attacchi di panico dopo la separazione, ed ora la casa nuova. Toglie i guanti gialli di gomma, aspetta.
In cucina due archetipi, un tipo gioviale, con un pacchetto di biscotti in mano, e un altro cupo in completo grigio, con un libro. 
“Ansia." – dice il tipo gioviale. L'altro non risponde.
“La casa dovrebbe piacerti.“ -  continua il gioviale.
L'altro guarda il soffitto,  la lampadina col filo.

La donna sistema la scopa e il secchio nel ripostiglio  lo straccio bagnato fuori in terrazzo, dà un'occhiata, spegne la luce, e chiude la porta a due mandate.

Humus




Non devo fare niente, solo stare fermo. La terra è soffice, gessosa. Sembro morto, e invece sono concentrato, tranquillo. Il buio è riposante, ascolto i rumori.
Anche se non ho carne, ho una discreta forza. I miei tessuti sono bianchi, ed è strano come all'inizio della vita ci sia roba piccola, bianca, opaca che sta al buio. 
Il mio nemico è un becco. C'è qualcosa di più rivoltante di un uccello? Neanche un topo o uno lombrico. Per fortuna sono ben sotto e al sicuro, ma se per disgrazia fossi rimasto alla superficie, sarei spacciato. Sono voraci, ingordi, non masticano, e stanno per aria. Io soffro le brezze, le folate e tutti gli aliti di vento. Cosa c'è di più grato della terra? L'aria non si coltiva, non nasce nulla dalla sua materia.
Non è solo perchè sono cibo per i volatili. Ho un'idiosincrasia per l'aria, le molecole di ossigeno in primis, anzi la parola "ossigeno" mi fa rabbrividire. Mi figuro masse e masse, enormi e bitorzolute, che si spostano come gigantesche palle di grasso nell'olio atmosferico. Aereo è un frainteso.
E che dire delle piume? essere ricorperti da quella roba maniacale, impermeabile. E l'apertura dura e appuntita per nutrisi ?  Che un uccello sia un essere inferiore è chiaro dagli occhi.  Ti guarda spostando la testa di lato, vede a metà ogni cosa, con un occhio vitreo che non esprime nè affetto nè rabbia.
L'unica versione che sopporto è l'uccello morto. Steso rigido, col becco chiuso e le penne strette.
Mi dà una grande soddisfazione pensare che piano piano, la terra trasformerà in humus pure lui. Ben gli sta. Gli uccelli sono superbi. 
Non vorrei sembrare eccessivo o impietoso, ma li cancellerei tutti. Meno qualche esemplare di fenice. 
Cosa c'è di più piacevole di un uccello che incenerisce? Un giorno ne è  caduta  una qua vicino. C'è stato uno schianto e un crepitio secco. Un  profumo di cenere si è sparso attorno,  nessuna  puzza acre di penne bruciate. Penso sia stata una fenice, perchè era aromatica.
L'odore di fenice bruciata mi ha turbato un poco, ho temuto per i miei tessuti, che non devono subire alcuna smorzatura. Sono un seme, io.

Masquerade





Torce fiammeggianti illuminano il giardino, dove alte siepi di bosso sono tagliate in sagome di conigli, delfini, orsi. A destra, la fontana con Venere nella conchiglia, a sinistra Apollo che abbraccia la ninfa. Il giardino digrada dolcemente verso l'aranceto e le vasche dei pesci, dove delle reti ad imbuto sono appoggiate per chi voglia servirsi di una carpa fresca.
Nel padiglione di caccia sfolgorante di luce per il grande lampadario a cristalli di Boemia, lunghe tavole infiorate sono coperte di lini inamidati che scendono fino al pavimento. Alzate di cristallo ricolme di frutta brinata, arabeschi di petit fours e canditi da passeggio, tazze di porcellana con cioccolatte al gelsomino. Gli invitati non si vedono ancora, eppure sembra che mani invisibili  sfiorino le coppe alte e sottili,  e le preziose stoviglie filettate d'oro zecchino. Nell'aria il profumo del caprifoglio in fiore, e il suono delle gavotte che i musicisti  intonano sotto il palcoscenico sistemato accanto al padiglione. 
I musicisti abbassano gli archetti. Due figure mascherate compaiono sul palcoscenico, una dama in vestito di velluto blu notte,  un cavaliere dal largo mantello nero di seta lucida. A passi lenti si avvicinano al centro della scena, esitano. La donna apre con un gesto il corsetto e appare un seno bianchissimo e pieno. Il cavaliere avanza verso di lei, la  sfiora con il mantello sul fianco, si china e le bacia il seno. La dama estrae dal corsetto un nastro di raso blu che consegna al cavaliere, ed esce di scena. Il cavaliere fa cadere a terra il mantello, resta a petto nudo, bacia il nastro, e tenendolo tra le dita si accarezza. Le luci si spengono.